Parco Villa Gregoriana, Ph P. Chiabrando © FAI

Un’alluvione del fiume Aniene di due secoli fa, un progetto di ingegneria idraulica ambizioso e audace, lo Stato Pontificio, tre papi, operai e galeotti al lavoro, dieci anni scanditi da indecisioni e dubbi e infine le gallerie artificiali scavate in una montagna che deviano il corso del fiume.

Gli eventi e gli uomini protagonisti di queste vicende danno origine, affondando le radici in epoca romana, al Parco di Villa Gregoriana com’è oggi: un magnifico giardino, nel quale natura, storia, archeologia, ingegno e dedizione dell’uomo danno forma, in un equilibrio allo stesso tempo armonico e fragile, a un’area di considerevole pregio paesaggistico e storico.

Un insieme di templi e ville romane, una grande cascata, grotte, camminamenti, specie arboree di ogni tipo che compongono un modello perfetto di “giardino romantico” ottocentesco, libero da schemi predefiniti e in contrapposizione con le rigorose geometrie caratteristiche dei secoli precedenti.

AGENZIA DEL DEMANIO E FAI INSIEME PER VILLA GREGORIANA

Il Parco si trova a Tivoli, in provincia di Roma ed è un bene di proprietà dello Stato affidato in concessione dall’Agenzia del Demanio al FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) nel 2002 con una strategia precisa che si rinnova negli anni: Agenzia del Demanio e FAI insieme per valorizzare la bellezza dei nostri territori perché entrambe considerano i beni di valore culturale e paesaggistico come un’opportunità di sviluppo economico e sociale per il Paese. E il FAI, terminati i lavori di ripristino del Parco che era in stato di degrado idrogeologico, ha provveduto nel 2005 ad aprirlo al pubblico. Si può considerare il “Complesso Villa Gregoriana e Templi di Vesta e Tiburno” una buona pratica di collaborazione fra Amministrazioni Pubbliche e privati, che si impegnano concretamente nella conservazione e valorizzazione dei beni dello Stato al servizio dei cittadini, i reali proprietari del patrimonio immobiliare, naturalistico, ambientale e culturale del nostro Paese. E anche i cittadini, oltre alle istituzioni, sono consapevoli del forte valore identitario e sociale dei beni culturali e paesaggistici italiani.

L’ALLUVIONE E I PRIMI LAVORI

16 novembre 1026. A Tivoli, cittadina a est di Roma, piove da giorni. Nel pomeriggio l’Aniene rompe gli argini e travolge la riva sinistra, allagando strade e palazzi della parte di città attraversata dalle acque. I danni sono enormi. La violenza della piena abbassa l’alveo del fiume e lascia a secco fontane, lavatoi, mole e gli opifici già pronti per la lavorazione delle olive la cui raccolta è prossima.

Il vescovo di Tivoli invia una delegazione a Roma, allora capitale dello Stato Pontificio, da dove vengono inviati cibo e legname come soccorso e per le prime riparazioni. Papa Leone XII nomina Nicola Maria Nicolai commissario con pieni poteri civili e militari per gestire l’emergenza e il nuovo commissario parte per Tivoli il 1° dicembre per prendere subito contatto con le autorità civili ed ecclesiastiche locali. La situazione è preoccupante e si decide di procedere contemporaneamente sia con interventi urgenti per limitare l’emergenza sia con l’avvio di studi e progetti per la sistemazione definitiva che scongiuri il ripetersi di alluvioni catastrofiche. A cedere, il 18 novembre, era stato un muraglione della chiusa a monte della città, costruita nel 1489 e rafforzata più volte nei secoli, che aveva poi causato l’alluvione. Un progetto del 1589 di sistemazione definitiva del corso del fiume sotto il pontificato di Sisto V non fu mai realizzato.

In ogni caso, con il progressivo stabilizzarsi della situazione, fu bandito dal governo dello Stato Pontificio un concorso pubblico: furono presentati 23 progetti e tra questi fu scelto uno tra i più conservativi, che prevedeva la costruzione di un’altra chiusa poco a monte di quella esistente e il ripristino del corso del fiume com’era prima dell’alluvione e che soddisfaceva criteri di solidità, economia e utilità. I lavori iniziarono nel giugno 1827 e la conclusione a settembre dell’anno seguente coincide con il termine del mandato del commissario straordinario. Una curiosità: la spesa complessiva fu sostenuta per tre decimi dallo Stato, per due dalla città di Tivoli e per i restanti cinque decimi dalle altre comunità dello Stato Pontificio poiché a un evento straordinario seguì una tassazione straordinaria.

IL TRAFORO DEL MONTE CATILLO

Ma i problemi non erano finiti. La preoccupazione degli abitanti di Tivoli e dei tecnici riguardava l’alveo inferiore dell’Aniene. A valle della chiusa le acque cadevano con grande impeto all’interno della Grotta di Nettuno per poi fuoriuscire più a valle. Al di sopra della grotta, la cui volta era sorretta da una sola colonna, si trovavano (e si trovano tuttora) i templi di Vesta e della Sibilla, che correvano quindi il rischio di crollare in caso di ulteriore corrosione della colonna, già oggetto di verifiche periodiche. Una delegazione locale sottopose la questione al nuovo pontefice – nel marzo 1829 era salito al soglio Pio VIII – e questi, senza indugio, spedì una delegazione di ingegneri e tecnici sul posto per eseguire lavori urgenti sul pilastro della Grotta che terminarono a novembre 1829. Ma il problema rimaneva e i tecnici rispolverarono i vecchi progetti presentati nel 1827 proponendo al Papa soluzioni radicali: la più “estrema” fu approvata a settembre 1830, dopo qualche mese di polemiche e opinioni contrastanti. Prevedeva la costruzione di un ulteriore muro d’argine sopra la nuova chiusa che deviasse il corso dell’Aniene dentro il Monte Catillo all’interno del quale sarebbe stato scavato un doppio tunnel la cui uscita sarebbe stata più a valle. Un’opera che solo in pochi casi era già stata portata a termine in altri paesi d’Europa con modalità simili. Finalmente, a detta dei tecnici più audaci e illuminati, una soluzione definitiva. A Tivoli c’era di che festeggiare ma la morte di Pio VIII dopo un paio di mesi bloccò il progetto che fu confermato dal nuovo papa Gregorio XVI a giugno del 1832. Il 6 luglio finalmente iniziano i lavori.

Durante la prima fase i progressi sono lenti, la roccia è dura e gli operai incontrano grandi difficoltà. Si rende necessario modificare il progetto per l’inclinazione e la lunghezza dei cunicoli ma una volta superati i primi metri il materiale si fa più friabile e i lavori procedono spediti, anche grazie all’accorpamento dell’appalto a due sole imprese, una per ogni tunnel, all’interno dei quali si inizia a lavorare giorno e notte: fianco a fianco, operai e galeotti ai lavori forzati scavano senza sosta. Ad aprile del 1834 una visita del Papa sblocca un’altra importante opera per Tivoli, la costruzione di un nuovo ponte sull’Aniene che sostituisse quello vecchio, crollato nel 1808 e che sarà poi terminato nel 1836 e denominato Ponte Gregoriano. A novembre 1834 la perforazione del Monte Catillo si conclude e si procede con le opere necessarie a far confluire le acque nei condotti artificiali. I due canali scavati nella roccia sono lunghi 278 e 263 metri.

Il 7 ottobre 1835, in tempo per le piene autunnali, avviene la solenne deviazione del corso dell’Aniene. Sono presenti Papa Gregorio XVI, autorità locali, dignitari altri Stati e una gran folla di cittadini quando, secondo le cronache, tra colpi di cannone e squilli tromba le acque del fiume cambiano direzione, si infilano nei tunnel del Monte Catillo per ricadere a valle generando una magnifica cascata alta 120 metri. Tivoli è finalmente al sicuro.

Intorno, i templi di Vesta e della Sibilla – insieme ad altri resti di epoca romana – vengono restaurati e l’intero complesso prende il nome di Villa Gregoriana diventando, nei decenni successivi, una tappa fondamentale per i viaggiatori che visitavano l’Italia per il Grand Tour.

L’AGENZIA DEL DEMANIO E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI

Come già accennato, la storia di Villa Gregoriana – a partire dalle origini fino al recupero degli ultimi anni frutto del lavoro di squadra tra Agenzia del Demanio e FAI – è un esempio virtuoso di come i beni culturali rappresentino un’opportunità unica. In particolare, la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico offre importanti possibilità di crescita economica e sociale per gli enti territoriali, attraverso il supporto della stessa Agenzia nella gestione dei beni e realizzando così un circolo virtuoso tra lo stesso bene, i cittadini e il paesaggio. Tutto ciò può avvenire grazie alle caratteristiche del nostro patrimonio che può definirsi, in tutte le sue articolazioni, un processo di sedimentazione della cultura che, nella sua applicazione pratica, si esprime successivamente nelle politiche di conservazione attiva dei beni e delle aree naturali da parte dell’Agenzia.

In questo senso la stessa Agenzia si fa carico di promuovere collaborazioni con tutti i soggetti in grado di proporre soluzioni innovative nell’ambito della normativa esistente. Del resto, l’evoluzione dei rapporti tra pubblico e privato può rappresentare una delle modalità con le quali lo Stato può intervenire con “risorse aggiuntive”, nella logica che tali risorse non siano solo finanziare a supporto di iniziative di valorizzazione e conservazione ma soprattutto di impegno civile e di responsabilità condivisa nella cura dei beni comuni, come ha dimostrato da lungo tempo il FAI.